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Gabriele Darpetti


VERSO LA RIFORMA DELLA SANITA’

Nei prossimi mesi il dibattito pubblico tornerà a parlare molto di sanità. Ciò sia in seguito alla proposta di riforma avanzata dal ministro Turco, sia, a livello regionale, alla necessità di elaborare un nuovo piano sanitario che sappia far quadrare la diminuzione delle risorse finanziarie statali, la crescente spesa per le prestazioni sanitarie...

........e la dichiarata volontà di non aumentare le tasse. In questo quadro si aggiunge la proposta di legge regionale di Alleanza Nazionale per rendere più trasparenti le nomine dei Primari.

Noi come lista Bene Comune non ci sottraiamo a dire il nostro parere ed a dare il nostro contributo sia perché abbiamo delle competenze in questo settore, sia perché è un argomento che riguarda molto le persone, il cui interesse rimane il nostro principale motivo di impegno politico.

Partiamo dalla proposta di legge di riforma sanitaria che si accinge a presentare il Ministro Livia Turco. La prima domanda che ci poniamo è: qual è il suo vero obiettivo?. Dire di voler costringere i primari medici a scegliere tra l’impegno totale per la sanità pubblica o la professione privata non è sufficiente. E’ sicuramente un argomento che fa presa su larga parte della popolazione, ma senza chiarire l’obiettivo che si vuol raggiungere, non si può giudicare se le misure proposte sono efficaci.

Un obiettivo può essere quello di far sì che un numero maggiore di primari si dedichino alla struttura pubblica diminuendo il peso, o “l’invadenza” delle cliniche private, ma ciò non vale in egual misura in tutte le Regioni. Inoltre si può discutere se debba esistere una sanità privata a fianco a quella pubblica (ne riparleremo più avanti).

Un altro obiettivo potrebbe essere quello di far sì che, esercitando la professione all’interno della struttura pubblica, i primari medici debbano dichiarare il loro guadagno, affinché possa essere tassato come ogni altro reddito. Quello dell’evasione fiscale della professione medica è, fra l’altro, un aspetto importante anche per l’elevato ammontare delle imposte evase, ed è uno scandalo tipicamente italiano a cui sarebbe ora di porre rimedio.

Ma per entrambi gli obiettivi, un’altra domanda che si pone è: perché solo i primari?

Sia per il primo obiettivo, ma soprattutto per il secondo, non è forse giusto che tutti i medici facciano una scelta chiara su come e dove esercitare la propria professione, e che i loro proventi siano totalmente dichiarati affinché versino la loro parte di tasse come dovrebbero fare tutti? O la signora Turco teme di toccare un bacino troppo vasto di persone e farsi troppi nemici? (in fondo i primari colpiti dal provvedimento non saranno tantissimi, sono concentrati solo in alcune regioni – vedi Lombardia – e questa legge può fare molta scena con poco danno).

Ma torniamo all’efficacia del provvedimento. Se si vuole che i medici (quindi non solo i primari) facciano la scelta chiara di esercitare la propria attività “intramoenia”, cioè svolgendo la propria professione di medico – oltre che alla diretta dipendenza dell’Ente Pubblico – con i propri pazienti “dentro le mura” della struttura sanitaria pubblica, affinché le prestazioni vengano fatturate dall’amministrazione dell’Asl (ed al medico venga riconosciuta la sua quota parte previa la detrazione delle spese e delle tasse), allora dovrebbe essere abolita la possibilità di fare l’attività “intramoenia allargata”, ossia con studi medici “convenzionati” con il sistema pubblico. In questo ultimo caso, infatti, non è più possibile rendere trasparente e rigoroso il controllo sull’operato dei medici, il rapporto tra medico e struttura pubblica diventa indiretto e non è più un reale “rapporto unico” ossia con tutto il reddito in busta paga. Questa prassi è scaturita dall’impossibilità da parte di molte strutture sanitarie pubbliche di garantire spazi ed organizzazione adeguate a coloro che volevano fare l’ attività “intramoenia” nel senso letterale del termine. Infatti questo obbligo era già previsto dalla Riforma Bindi del 1999, ma per l’indisponibilità delle strutture pubbliche di attrezzarsi come sarebbe stato necessario, si finì per consentire l’intramoenia “allargata”, vanificando tutto lo scopo della riforma. Allora la proposta di legge della Turco dovrebbe ovviare a questo problema individuando tempi e risorse finanziarie per creare quelle strutture idonee (con relativo personale paramedico ed amministrativo) a far sì che i medici possano svolgere la loro attività professionale “effettivamente” e totalmente dentro le strutture sanitarie pubbliche.

In merito al discorso della sanità pubblica o privata la questione è sicuramente complessa ed investe la tutela del diritto alla salute che è uno dei beni comuni per eccellenza.

Allora il dibattito deve ripartire dai bisogni delle persone, dai loro diritti, e dai compiti istituzionali degli Enti Pubblici: Stato, Regioni e Comuni.

Salvaguardati i diritti fondamentali, rimane la necessità che le persone dovrebbero poter scegliere liberamente se usufruire della sanità pubblica o delle strutture sanitarie “private”, ma convenzionate con il pubblico. La sanità pubblica non deve essere mitizzata come unica possibile soluzione, così come la sanità privata (ma ciò vale anche per tanti altri settori) non può essere considerata più efficiente a priori, e per questo anche più costosa. Con il tempo, se ci sarà parità di trattamento, la scelta verrà automaticamente fatta in base alla qualità delle prestazioni erogate. A livello regionale, ma ciò vale anche per tante altre regioni, si va verso un collo di bottiglia a cui non sarà facile trovare soluzioni: diminuiscono le risorse e aumentano le prestazioni. In questo caso occorre attrezzarsi per cominciare a “riconoscere” i bisogni medici indotti, da quelli reali. Solo diminuendo la quantità di prestazioni – eliminando cioè quelle non veramente necessarie – si potranno liberare risorse per nuovi investimenti, altrimenti tutte le risorse finanziarie saranno spese per pagare gli stipendi del personale medico, paramedico e amministrativo, e dovranno diminuire le spese per i farmaci e per l’acquisto di nuove attrezzature o per il rimodernamento di reparti e strutture sanitarie. Ma cosa si intende per bisogni medici “indotti”?. A nostro avviso ci sono tante situazioni in cui vengono prescritti interventi o cure non strettamente necessarie. Tanti interventi chirurgici potrebbero essere evitati, ed il rischio è che essi servano solo al curriculum del medico che li pratica, e tante cure – con farmaci complessi e costosi – potrebbero essere realizzate con modalità diverse e meno invasive. Questo, oltre ad aumentare la spesa per il bilancio sanitario, tiene impegnato personale medico e paramedico, nonché attrezzature, oltre misura. Stesso criterio può essere adottato per tante analisi di varia natura che oggi vengono prescritte. Eliminando quelle non strettamente necessarie si contribuirebbe anche ad alleggerire il problema delle liste di attesa. Qui c’è bisogno che i dirigenti delle Asl esercitino un reale controllo sull’operato dei medici, avendo la competenza di indagare e misurare gli eccessi di interventi e quindi agire di conseguenza.

Inoltre occorrerebbe un disegno strategico che sappia eliminare i doppioni dei vari settori di intervento medico e chirurgico nei presidi ospedalieri, in territori vicini geograficamente e sappia potenziare le eccellenze e dislocare le varie specializzazioni in maniera equa nel territorio marchigiano. Per far questo occorre eliminare i campanilismi di piccolo cabotaggio, ma soprattutto la difesa corporativa di privilegi medici e dei relativi apparati organizzativi.

Ultimo capitolo è l’eccessivo peso degli apparati amministrativi e burocratici. La nostra è diventata una sanità in cui i medici sono ormai una minoranza. Con tutte le riforme e le riformine (13 asl, una Asur unica, tredici zone, cinque “aree vaste”) si sono moltiplicati i passaggi burocratici (e quindi i burocrati), gli uffici amministrativi e, di conseguenza i dirigenti. Dirigenti che vengono super-pagati e per di più incentivati con premi di produzione che non corrispondono ad esigenze reali di managerialità produttiva. Si finisce per spendere di meno in medicine per spendere di più in bonus ai dirigenti. Che senso ha tutto questo? Cosa ne sa la gente di tutto questo? Il problema della trasparenza nella sanità è enorme, e visto che la sanità “consuma” l’85% delle risorse del bilancio della Regione Marche, è come dire che abbiamo problemi di trasparenza su più di quattro/quinti delle nostre risorse finanziarie. Sul problema della trasparenza la politica deve fare molto di più. Se è vero che la politica deve regolare la vita dei cittadini perseguendo il bene comune, essa deve riappropriarsi di scelte e di forme di controllo che oggi vengono svolte da oscuri funzionari dell’Asur, come la nomina dei primari.I rappresentanti dei partiti eletti nelle Istituzioni vengono giudicati pubblicamente su ciò che dicono e ciò che fanno, e pertanto devono anche salvaguardare l’interesse dei cittadini scegliendo, ad esempio, le figure apicali della sanità secondo logiche di qualità e seguendo precisi progetti di ricambio e di sviluppo di reparti e settori delle strutture ospedaliere, coinvolgendo adeguatamente l’università e le altre Istituzioni civili e sociali.


Gabriele Darpetti

(Presidente della Lista Civica Bene Comune di Fano )

 
G.A.S. Alveare

GasAlveare

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