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la dichiarata volontà di non aumentare le tasse. In questo
quadro si aggiunge la proposta di legge regionale di Alleanza
Nazionale per rendere più trasparenti le nomine dei Primari.
Noi
come lista Bene Comune non ci sottraiamo a dire il nostro parere ed a
dare il nostro contributo sia perché abbiamo delle
competenze
in questo settore, sia perché è un argomento che
riguarda molto le persone, il cui interesse rimane il nostro
principale motivo di impegno politico.
Partiamo
dalla proposta di legge di riforma sanitaria che si accinge a
presentare il Ministro Livia Turco. La prima domanda che ci poniamo
è: qual è il suo vero obiettivo?. Dire di voler
costringere i primari medici a scegliere tra l’impegno totale
per
la sanità pubblica o la professione privata non è
sufficiente. E’ sicuramente un argomento che fa presa su
larga
parte della popolazione, ma senza chiarire l’obiettivo che si
vuol
raggiungere, non si può giudicare se le misure proposte sono
efficaci.
Un
obiettivo può essere quello di far sì che un
numero
maggiore di primari si dedichino alla struttura pubblica diminuendo
il peso, o “l’invadenza” delle cliniche
private, ma ciò
non vale in egual misura in tutte le Regioni. Inoltre si può
discutere se debba esistere una sanità privata a fianco a
quella pubblica (ne riparleremo più avanti).
Un
altro obiettivo potrebbe essere quello di far sì che,
esercitando la professione all’interno della struttura
pubblica, i
primari medici debbano dichiarare il loro guadagno, affinché
possa essere tassato come ogni altro reddito. Quello
dell’evasione
fiscale della professione medica è, fra l’altro,
un aspetto
importante anche per l’elevato ammontare delle imposte evase,
ed è
uno scandalo tipicamente italiano a cui sarebbe ora di porre rimedio.
Ma
per entrambi gli obiettivi, un’altra domanda che si pone
è:
perché solo i primari?
Sia
per il primo obiettivo, ma soprattutto per il secondo, non è
forse giusto che tutti i medici facciano una scelta chiara su come e
dove esercitare la propria professione, e che i loro proventi siano
totalmente dichiarati affinché versino la loro parte di
tasse
come dovrebbero fare tutti? O la signora Turco teme di toccare un
bacino troppo vasto di persone e farsi troppi nemici? (in fondo i
primari colpiti dal provvedimento non saranno tantissimi, sono
concentrati solo in alcune regioni – vedi Lombardia
– e questa
legge può fare molta scena con poco danno).
Ma
torniamo all’efficacia del provvedimento. Se si vuole che i
medici
(quindi non solo i primari) facciano la scelta chiara di esercitare
la propria attività “intramoenia”,
cioè svolgendo
la propria professione di medico – oltre che alla diretta
dipendenza dell’Ente Pubblico – con i propri
pazienti “dentro
le mura” della struttura sanitaria pubblica,
affinché le
prestazioni vengano fatturate dall’amministrazione
dell’Asl (ed
al medico venga riconosciuta la sua quota parte previa la detrazione
delle spese e delle tasse), allora dovrebbe essere abolita la
possibilità di fare l’attività
“intramoenia
allargata”, ossia con studi medici
“convenzionati” con il
sistema pubblico. In questo ultimo caso, infatti, non è
più
possibile rendere trasparente e rigoroso il controllo
sull’operato
dei medici, il rapporto tra medico e struttura pubblica diventa
indiretto e non è più un reale
“rapporto unico”
ossia con tutto il reddito in busta paga. Questa prassi è
scaturita dall’impossibilità da parte di molte
strutture
sanitarie pubbliche di garantire spazi ed organizzazione adeguate a
coloro che volevano fare l’ attività
“intramoenia” nel
senso letterale del termine. Infatti questo obbligo era già
previsto dalla Riforma Bindi del 1999, ma per
l’indisponibilità
delle strutture pubbliche di attrezzarsi come sarebbe stato
necessario, si finì per consentire l’intramoenia
“allargata”, vanificando tutto lo scopo della
riforma. Allora la
proposta di legge della Turco dovrebbe ovviare a questo problema
individuando tempi e risorse finanziarie per creare quelle strutture
idonee (con relativo personale paramedico ed amministrativo) a far
sì
che i medici possano svolgere la loro attività professionale
“effettivamente” e totalmente dentro le strutture
sanitarie
pubbliche.
In
merito al discorso della sanità pubblica o privata la
questione è sicuramente complessa ed investe la tutela del
diritto alla salute che è uno dei beni comuni per eccellenza.
Allora
il dibattito deve ripartire dai bisogni delle persone, dai loro
diritti, e dai compiti istituzionali degli Enti Pubblici: Stato,
Regioni e Comuni.
Salvaguardati
i diritti fondamentali, rimane la necessità che le persone
dovrebbero poter scegliere liberamente se usufruire della
sanità
pubblica o delle strutture sanitarie “private”, ma
convenzionate
con il pubblico. La sanità pubblica non deve essere
mitizzata
come unica possibile soluzione, così come la
sanità
privata (ma ciò vale anche per tanti altri settori) non
può
essere considerata più efficiente a priori, e per questo
anche
più costosa. Con il tempo, se ci sarà
parità di
trattamento, la scelta verrà automaticamente fatta in base
alla qualità delle prestazioni erogate. A livello regionale,
ma ciò vale anche per tante altre regioni, si va verso un
collo di bottiglia a cui non sarà facile trovare soluzioni:
diminuiscono le risorse e aumentano le prestazioni. In questo caso
occorre attrezzarsi per cominciare a “riconoscere”
i bisogni
medici indotti, da quelli reali. Solo diminuendo la quantità
di prestazioni – eliminando cioè quelle non
veramente
necessarie – si potranno liberare risorse per nuovi
investimenti,
altrimenti tutte le risorse finanziarie saranno spese per pagare gli
stipendi del personale medico, paramedico e amministrativo, e
dovranno diminuire le spese per i farmaci e per l’acquisto di
nuove
attrezzature o per il rimodernamento di reparti e strutture
sanitarie. Ma cosa si intende per bisogni medici
“indotti”?. A
nostro avviso ci sono tante situazioni in cui vengono prescritti
interventi o cure non strettamente necessarie. Tanti interventi
chirurgici potrebbero essere evitati, ed il rischio è che
essi
servano solo al curriculum del medico che li pratica, e tante cure
–
con farmaci complessi e costosi – potrebbero essere
realizzate con
modalità diverse e meno invasive. Questo, oltre ad aumentare
la spesa per il bilancio sanitario, tiene impegnato personale medico
e paramedico, nonché attrezzature, oltre misura. Stesso
criterio può essere adottato per tante analisi di varia
natura
che oggi vengono prescritte. Eliminando quelle non strettamente
necessarie si contribuirebbe anche ad alleggerire il problema delle
liste di attesa. Qui c’è bisogno che i dirigenti
delle Asl
esercitino un reale controllo sull’operato dei medici, avendo
la
competenza di indagare e misurare gli eccessi di interventi e quindi
agire di conseguenza.
Inoltre
occorrerebbe un disegno strategico che sappia eliminare i doppioni
dei vari settori di intervento medico e chirurgico nei presidi
ospedalieri, in territori vicini geograficamente e sappia potenziare
le eccellenze e dislocare le varie specializzazioni in maniera equa
nel territorio marchigiano. Per far questo occorre eliminare i
campanilismi di piccolo cabotaggio, ma soprattutto la difesa
corporativa di privilegi medici e dei relativi apparati
organizzativi.
Ultimo
capitolo è l’eccessivo peso degli apparati
amministrativi e
burocratici. La nostra è diventata una sanità in
cui i
medici sono ormai una minoranza. Con tutte le riforme e le riformine
(13 asl, una Asur unica, tredici zone, cinque “aree
vaste”) si
sono moltiplicati i passaggi burocratici (e quindi i burocrati), gli
uffici amministrativi e, di conseguenza i dirigenti. Dirigenti che
vengono super-pagati e per di più incentivati con premi di
produzione che non corrispondono ad esigenze reali di
managerialità
produttiva. Si finisce per spendere di meno in medicine per spendere
di più in bonus ai dirigenti. Che senso ha tutto questo?
Cosa
ne sa la gente di tutto questo? Il problema della trasparenza nella
sanità è enorme, e visto che la sanità
“consuma” l’85% delle risorse del
bilancio della Regione
Marche, è come dire che abbiamo problemi di trasparenza su
più
di quattro/quinti delle nostre risorse finanziarie. Sul problema
della trasparenza la politica deve fare molto di più. Se
è
vero che la politica deve regolare la vita dei cittadini perseguendo
il bene comune, essa deve riappropriarsi di scelte e di forme di
controllo che oggi vengono svolte da oscuri funzionari
dell’Asur,
come la nomina dei primari.I rappresentanti dei partiti eletti nelle
Istituzioni vengono giudicati pubblicamente su ciò che
dicono
e ciò che fanno, e pertanto devono anche salvaguardare
l’interesse dei cittadini scegliendo, ad esempio, le figure
apicali
della sanità secondo logiche di qualità e
seguendo
precisi progetti di ricambio e di sviluppo di reparti e settori delle
strutture ospedaliere, coinvolgendo adeguatamente
l’università
e le altre Istituzioni civili e sociali.
Gabriele
Darpetti
(Presidente
della Lista Civica Bene Comune di Fano )