SHOCK ECONOMY
Dopo “La Casta”
è in questi giorni in
libreria un altro libro destinato a creare scalpore, anche se,
probabilmente non ne avrà la stessa tiratura né
la
stessa diffusione. Si tratta di Shock Economy, di Naomi
Klein……
sì, proprio lei, quella di “No logo”.
E’ un libro di
economia, ma di un’economia particolare: quella che riparte
da
zero, dopo che qualche mano, compresa quella divina, ha pensato bene
di fare tabula rasa dell’esistente. Ed è
esattamente questo
che hanno in comune le fattispecie esaminate dalla Klein:
dall’economia irakena dopo l’invasione americana a
quella dello
Sri Lanka dopo lo tsunami o a quella di New Orleans dopo la visita di
Katrina.
Il
filo conduttore è dato da una monotona declinazione di
quella
che è ormai universalmente nota come “Scuola di
Chicago”,
fondata negli anni settanta da Milton Friedman, teorico e guru
dell’ultra liberismo capitalista, secondo cui uno shock, non
importa se provocato da un cataclisma ambientale, dalla guerra o dal
terrorismo, può (deve) essere trasformato in una
opportunità
da cogliere per scelte che in condizioni ordinarie ben difficilmente
si sarebbe potuto concepire.
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E
così dopo il disastro di New
Orleans un illustre membro del Congresso americano ha potuto
dichiarare che sì, l’uragano Katrina aveva fatto
un po’ di
casino, ma “ siamo finalmente riusciti a ripulire il sistema
delle
case popolari di New Orleans. Noi non sapevamo come fare ma Dio
l’ha
fatto per noi”. Fu lo stesso Milton Friedman -chiamato
“zio
Miltie” dai suoi estimatori, così come
un’intera
generazione di abruzzesi ha chiamato e chiama Gaspari “zio
Remo”-
benché novantatreenne e ormai moribondo, trovò le
energie per scrivere un editoriale per il Wall Street Journal,
affermando più o meno questo: “La maggior parte
delle scuole
di New Orleans sono in rovina, i bambini sono quasi tutti dispersi,
ma ora potremo finalmente riformare il sistema educativo”. E
parte
dei miliardi di dollari destinati alla ricostruzione furono dirottati
a convertire le scuole di New Orleans in scuole private, anzi in
“scuole charter”, come le chiamava il vecchio
Milton. Dopo lo
tsunami il governo dello Sri Lanka si rammaricò, giusto il
tempo di seppellire i morti, del fatto che molti pescatori erano
deceduti e che i superstiti molto difficilmente avrebbero potuto
ricostruire le loro case vicino al mare, per guardare subito al
futuro, e constatare che “la natura ha offerto allo Sri Lanka
un’opportunità unica e da questa grande tragedia
può
sorgere un importante polo del turismo internazionale”,
consegnando
l’intero litorale a imprenditori desiderosi di costruire
villaggi
turistici. Che fatica, e che noia sarebbe stato allontanare migliaia
di pescatori dalle loro case.
Gli
episodi si sprecano: la guerra delle Falkland consentì alla
Thatcher di soffocare con estrema durezza gli scioperi dei minatori;
i bombardamenti Nato di Belgrado crearono le condizioni per avviare
le privatizzazioni nella ex Yugoslavia; l’11 settembre sembra
aver
concesso a Washington via libera per esportare ovunque e senza
chiederne il permesso, il liberismo più selvaggio.
Ma dopo
530 pagine di desolante denuncia delle infinite shock economy della
storia recente, a sorpresa, il libro si chiude con un forte accento
di speranza, proprio a partire dagli episodi incriminati. Ad esempio
in Thailandia, a differenza dello Sri Lanka, centinaia di villaggi,
dopo lo tsunami, furono ricostruiti nel giro di pochi mesi, e non
perché i governanti birmani fossero più
illuminati, ma
perché i pescatori indigeni intrapresero quella che
chiamarono
la “reinvasione” della terra. La chiave del
successo - secondo la
Klein - fu che la gente “negoziò i suoi diritti
sulla terra
da una posizione di occupazione”. Una delegazione di
sopravvissuti
di New Orleans, un anno dopo Katrina, visitò proprio le
ricostruzioni tailandesi e tornata a casa organizzò subito
squadre di costruttori locali e di volontari per ripulire,
ricostruire, riabitare…. “rioccupare” le
loro proprietà.
Un tratto comune unisce questi ed altri esempi: chi decide di
ricostruire le case, non sta riparando edifici ma sta ricostruendo se
stesso. Anche questi movimenti – conclude la Klein - come la
shock
economy, nascono dalle macerie, “prendono ciò che
è
rotto e lo aggiustano, lo rafforzano, lo rendono migliore e
più
equo. Ma soprattutto, accumulano resistenza per quando
arriverà
il prossimo shock”.
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