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L'esordio del Governo Prodi

Di seguito troverete un’attenta e lucida analisi del primo semestre del Governo Prodi che si è concluso con l'approvazione il 21 dicembre della Legge finanziaria per il 2007 di padre Bartolomeo Sorge che in quattro punti offre lo spunto per una riflessione seria e pacata sull’attuale situazione politica italiana e sulle scelte indispensabili che dovranno essere effettuate per il bene del nostro paese.
Vi invito a leggerlo con attenzione.

Giuseppe Iachetti

Il primo semestre del Governo Prodi si è concluso con l'approvazione il 21 dicembre della Legge finanziaria per il 2007. Sono stati mesi difficili: da luglio a ottobre 2006, la fiducia degli italiani nel Governo sarebbe scesa dal 63% al 36%, e nei confronti di Prodi dal 58% al 42%, con un calo rispettivamente di 27 e di 16 punti percentuali (cfr sondaggio de la Repubblica, 14 dicembre 2006). Era largamente prevedibile che i sacrifici necessari per far uscire il Paese dalla crisi avrebbero prodotto un calo di popolarità. L'insufficienza della comunicazione da parte del Governo ha contribuito ad accrescerlo: non c'è stata categoria professionale che non abbia manifestato riserve, perplessità o contrarietà: taxisti e farmacisti, insegnanti e ricercatori universitari precari, commercianti e imprenditori, professionisti e poliziotti. Né hanno aiutato a fare chiarezza quei sottosegretari ed esponenti della maggioranza che hanno preso parte a cortei e manifestazioni di intonazione antigovernativa: una mancanza di sensibilità e di responsabilità francamente stupefacente. A tutto ciò si aggiunga il fatto che Prodi è in qualche modo caduto nella trappola, che già gli era stata tesa in campagna elettorale, costringendolo di nuovo sulla difensiva in tema di tasse e di tagli. Così, al centro-sinistra è stata appioppata l'etichetta di «Governo delle tasse», grazie pure all'infelice trovata di Rifondazione Comunista di affiggere manifesti con lo slogan: «Anche i ricchi piangano».
Ora, passata la bufera della Legge finanziaria, è possibile una valutazione più obiettiva dell'esordio del Governo Prodi, esaminando: 1) la difficile eredità lasciata dal centro-destra; 2) la fragilità del centro-sinistra; 3) alcune nuove tendenze del quadro politico; 4) le incognite della «fase due».


1. La difficile eredità del centro-destra

Non sarebbe onesto negare quanto di positivo è stato fatto durante la precedente Legislatura. Tuttavia, essa ha lasciato in eredità al Governo Prodi un Paese in forti difficoltà economiche.

Come ignorare la «crescita zero» degli ultimi anni, l'azzeramento dell'avanzo primario (cioè dell'eccedenza delle entrate sulle spese, al netto degli interessi), il rapporto deficit-PIL al 6 % e un debito pubblico tornato a crescere dopo dodici anni? È ovvio che, di questo passo, l'Italia avrebbe rischiato di finire fuori dall'Europa. In più i cantieri delle famose grandi opere stavano chiudendo per mancanza di fondi, la sanità registrava un passivo di 4 miliardi, le Ferrovie e l'Alitalia erano sull'orlo del fallimento. L'eredità negativa più grave, però, è stata sul piano morale: cioè, la perdita del senso della legalità e del bene comune, in seguito al consolidarsi di una cultura utilitaristica ed efficientistica, attenta più agli interessi propri che a quello generale. A diffonderla hanno contribuito la serie di leggi ad personam, di sanatorie e di condoni, per tutelare gli interessi del leader o di amici; il conflitto non dissimulato contro la magistratura; lo scarso attaccamento alla Costituzione, come testimoniano le numerose leggi bocciate per incostituzionalità e rinviate alle Camere; la mancanza di spirito europeo, ostentando fastidio verso i vincoli comunitari e prendendo le distanze dalla politica estera dell'Unione Europea per allinearsi a quella di Bush.


Ricordare questi dati della difficile eredità della precedente Legislatura, non significa però negare o giustificare la debolezza di cui il Governo Prodi ha dato prova nel primo semestre. Non a caso anche per il Professore sono tornati i sondaggi sfavorevoli, le proteste di piazza, gli attacchi dei mass media, che avevano accompagnato il Cavaliere. È necessario, perciò, capire quale sia la vera causa di questa debolezza, per porvi rimedio, se si vuole che la «svolta» iniziata proceda e sia credibile.


2. La fragilità del centro-sinistra


A noi sembra che la fragilità del Governo Prodi nel primo semestre sia dovuta soprattutto alla mancanza di un chiaro progetto politico: il programma ovviamente c'è, ma per quale società? Con quali priorità? L'opinione pubblica non lo ha ancora capito e talvolta si direbbe che non lo abbiano capito neppure alcuni partner della coalizione. Il Governo, perciò, ha dato l'impressione di navigare a vista. Così - per fare l'esempio più clamoroso -, una cosa è discutere ed emendare il testo della Legge finanziaria in Parlamento, come vogliono le regole della democrazia matura, un'altra invece è la sequenza continua di cambiamenti e di emendamenti, annunciati e subito ritirati o addirittura imposti dal ricatto di esponenti e di partiti della maggioranza, per ottenere qualche milione di euro in più a favore dell'una o dell'altra categoria. Il dibattito sulla finanziaria, culminato in un maxiemendamento di 1.365 commi (tra cui quello criticatissimo sulla prescrizione di fatto per i reati contabili, cancellato d'urgenza prima che la Legge entrasse in vigore), è apparso a tutti disordinato e incomprensibile, frammentato e contraddittorio, dando l'impressione che al centro-sinistra manchino un progetto politico ben definito e la necessaria compattezza per realizzarlo. Si è consolidata, così, l'idea che la vittoria risicata di Prodi sia da attribuire più dal desiderio di mandare a casa Berlusconi che all'esistenza di un progetto veramente condiviso. Si spiegherebbe dunque perché il programma dell'Unione da un lato sia ridondante e, dall'altro, sia reticente su alcuni punti importanti.


3. Alcune nuove tendenze del quadro politico


Questa fragilità del Governo Prodi spinge molti a ritenere che la ingovernabilità sia da imputare non tanto all'uno o all'altro schieramento, quanto al sistema bipolare in sé, rafforzando nel quadro politico alcune linee di tendenza favorevoli al superamento del bipolarismo. La prima è quella di centro-destra, che insiste sulla necessità di «larghe intese», cioè sull'incontro tra moderati degli opposti schieramenti - una sorta di Grosse Koalition -, per fare le riforme più urgenti, mettendo fuori gioco le ali estreme, e poi indire nuove elezioni. Si tratta di una proposta interessata, da parte di una opposizione non rassegnata alla sconfitta. È irricevibile, anche perché il centro-destra non ha risolto i suoi problemi interni, anzi li ha ulteriormente aggravati: la leadership di Berlusconi non è più sicura come prima, dopo che l'on. Pier Ferdinando Casini con il suo «strappo» ha posto fine alla Casa delle Libertà (CdL), e dopo che l'asse tra Forza Italia e Lega si è indebolito a causa sia della invalidità di Bossi (sostituito da un «coordinatore» politicamente inaffidabile), sia della sonora bocciatura della devolution da parte dell'elettorato.


La seconda linea di tendenza è di centro. Essa è nata in seguito alla rottura dell'on. Casini, che ha disertato la manifestazione antigovernativa di Piazza S. Giovanni il 2 dicembre a Roma e ne ha tenuta una separata a Palermo. L'ex Presidente della Camera si propone un'opposizione diversa da quella di Berlusconi e punta a coagulare le forze «moderate» di centro-destra e di centro-sinistra, attualmente «prigioniere» della logica bipolare e condizionate dal diktat delle ali estreme, massimaliste e radicali. A fare le spese di questa situazione anomala - spiega l'on. Casini - è lo stesso sistema democratico, che così non funziona e rimane bloccato: l'equilibrio del quadro politico, invece, va garantito dalle componenti moderate di centro, che sono maggioritarie nel Paese. Una conferma in tal senso sembrerebbe venire da un recente sondaggio, secondo cui il «mercato potenziale del centro» sarebbe formato, in Italia, da circa un terzo dell'elettorato (cfr MANNHEIMER R., «L'Osservatorio», in Corriere della Sera, 5 dicembre 2006). Tuttavia, il limite di questa linea di tendenza neocentrista sta nel fatto che nel sistema bipolare non c'è spazio per un terzo polo; né basterebbe il ritorno al proporzionale, auspicato dall'on. Casini: da noi, infatti - a differenza di quanto avviene, per esempio, in Germania -, le forze di centro non sono omogenee tra di loro e su molti punti sono addirittura alternative. Impossibile metterle insieme.
La terza linea di tendenza, un centro-sinistra «diverso», è quella dell'«Italia di mezzo» dell'on. Marco Follini. L'ex segretario dell'UDC, anch'egli propenso a dar vita a un nuovo equilibrio politico, tiene però a distinguersi dall'on. Casini, del quale denuncia l'ambiguità e la indecisione: «oggi - dice - Casini critica Berlusconi e qualche mese fa, pochi, lo ha incoronato capo; annuncia che non parteciperà più ai vertici della CdL ma conferma che parteciperà alle giunte locali; dice che è finita la CdL ma si attarda nei confini del centrodestra. Chi ci capisce qualcosa è bravo». Infatti - insiste l'on. Follini -, la soluzione del problema non è correggere Berlusconi o Prodi: entrambi sono attempati, calcano la scena da più di dieci anni e la rigidità dell'attuale bipolarismo li rende fatalmente conservatori. La vera soluzione è «costruire un altro equilibrio politico, prendendo atto che quello che c'è, a dispetto della sua forza apparente, non regge più. [...] serve un altro centrosinistra. Molto, ma molto, ma molto diverso da quello che c'è», che metta insieme le forze riformiste di centro dei due poli, escludendo le ali estreme. Ciò non significa - conclude - ricostituire la vecchia DC: «Non mi convince un'operazione nostalgia, che non mi appartiene, ma sono dell'idea che la modernizzazione del Paese ha bisogno che si torni a coltivare la metà campo» («L'intervista», in la Repubblica, 15 dicembre 2006). L'«Italia di mezzo», quindi, mira a un centro-sinistra diverso da quello di Prodi.


Anche per l'on. Follini, però, valgono le obiezioni mosse alla ipotesi neo-centrista dell'on. Casini: anzitutto, per rimescolare le carte e mettere insieme i diversi «riformismi di centro», non basta che cada il Governo Prodi, ma dovrebbe implodere l'intero quadro politico; in secondo luogo, anche in questa ipotesi, rimarrebbero le differenti sensibilità culturali e politiche dei «centristi», attualmente militanti nei due schieramenti opposti. Bisognerebbe infine pensarci due volte, prima di esporsi al pericolo di escludere le ali estreme dal dibattito democratico, ricacciandole alla opposizione dura in Parlamento e nella società.


Perciò, per evitare tanti gravi rischi, la via da seguire - oggi come oggi - sembrerebbe essere la ripresa di slancio del Governo, attraverso quella «fase due», di cui molto si parla, anche se l'espressione non piace a Prodi. Al di là delle etichette, la sostanza del problema è chiarire bene il progetto politico e attuarlo. Nello stesso tempo, se si vuol salvaguardare il bipolarismo, bisognerà affrettarsi a correggere la legge elettorale vigente, evitando il referendum abrogativo. Ce la farà il Governo Prodi ad affrontare unito la «fase due» e a risalire in tempi brevi la china della impopolarità?


4. Le incognite della «fase due»


Al di là delle incertezze e degli errori del primo semestre, si deve riconoscere che il centro-sinistra ha potenzialmente le risorse per affrontare la «fase due», non priva di incognite, che ora si apre dopo l'aspra battaglia della finanziaria. La risorsa fondamentale è certamente la cultura politica solidale, alla quale l'Unione si ispira. La distanza del solidarismo del centro-sinistra dalla cultura individualistico-libertaria della CdL dà la misura della «svolta» che comincia a delinearsi. Certo, anche nella maggioranza esiste un'evidente disomogeneità culturale tra il libertarismo individualistico di alcune sue componenti e il deciso personalismo di altre; tuttavia, Prodi ha cercato di far prevalere l'interesse generale su quello particolare, anche se non sempre è riuscito a frenare gli appetiti di questo o di quel partito, di questo o di quel ministro. Nonostante tutto, però, il clima politico generale è cambiato: si è passati dalla «comprensione» mostrata da Berlusconi verso gli evasori delle tasse alla lotta anche contro la elusione fiscale; da uno sviluppo concepito essenzialmente in termini economici a una concezione dello sviluppo che ritiene l'equità sociale imprescindibile alla pari del risanamento dei conti pubblici; dalla convinzione, dichiarata da un ministro del precedente Governo, che «con la mafia e la camorra bisogna convivere» a un ritorno di interesse per la «liberazione» e la crescita del Mezzogiorno, come questione nazionale.
Per raggiungere questi e altri obiettivi è stata varata una Legge finanziaria da 35 miliardi di euro. L'effetto di doccia fredda era inevitabile, data la concezione utilitaristica della precedente Legislatura e dato che la «svolta» avrebbe necessariamente colpito tanti interessi particolari, piccoli e grandi. Proprio per questo si sarebbe dovuto far capire chiaramente alla gente il senso dei sacrifici richiesti, spiegare che il risanamento dei conti pubblici è la premessa necessaria sia per una ridistribuzione più equa del reddito, sia per il rilancio della crescita del Paese non solo economica, ma anche democratica e sociale.


La potenzialità del centro-sinistra è confermata anche dalla «svolta» in politica estera. In sei mesi, l'Italia ha già riacquistato il suo ruolo internazionale, europeo e mediterraneo, superando la lunga fase di stagnazione. Infatti, mentre il Governo Berlusconi non nascondeva il suo distacco nei confronti della politica estera comunitaria propendendo per l'unilateralismo USA, invece il Governo Prodi ha subito optato per il ricupero di una politica estera europea autonoma e per il multilateralismo, e ciò ha consentito all'Italia di svolgere un ruolo di protagonista nel ricompattare europeismo e atlantismo, nella drammatica vicenda libanese. Proprio per questo, pur essendo convinto che la democrazia non si esporta con le armi e che nelle trattative internazionali la priorità la frontiera tra Israele e Libano, sotto l'egida delle Nazioni Unite, al servizio della pace.

Questi elementi, dunque, fanno sperare che - nella «fase due» - la ispirazione solidale del centro-sinistra sia in grado di produrre altri frutti importanti, a cominciare dalle riforme strutturali. Una volta messi in ordine i conti pubblici, l'Unione pensa che non mancheranno le risorse materiali per portare avanti la modernizzazione del Paese. L'agenda, infatti, è densa di appuntamenti: dalla riforma delle pensioni a una nuova politica energetica; dalla modernizzazione della pubblica amministrazione all'attuazione del federalismo fiscale; dalla riforma degli ordini professionali alla liberalizzazione nei trasporti e in altri settori; dalla regolamentazione del conflitto di interessi a quella del sistema televisivo, alla revisione della legge elettorale. La «fase due» si presenta piena di incognite, non solo per l'intrinseca difficoltà delle singole riforme da attuare, ma anche perché le forze della maggioranza dovranno vincere resistenze e divergenze che non appaiono facilmente superabili. Vi si riuscirà in vista dell'interesse supremo del bene comune?


In particolare, nell'immediato, la questione forse più difficile è quella del riconoscimento legale delle unioni di fatto. Il problema è stato estrapolato dalla Legge finanziaria, perché l'inserimento in essa dei diritti successori delle unioni di fatto avrebbe portato in modo surrettizio a una prima loro legalizzazione. Ora, però, occorre disinnescare questa vera bomba a orologeria. L'unica via è rifarsi alla Costituzione, come indicato dal Programma di Governo 2006-2011. In esso non si parla di PACS (Patto civile di solidarietà), si prevede invece «il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto» (p. 72). Infatti, all'art. 29 la Costituzione ignora le unioni di fatto e riconosce solo la famiglia fondata sul matrimonio, perché - ha spiegato la Corte Costituzionale - essa è l'unica forma di «stabile istituzione sovraindividuale» (Sentenza n. 8/1996). D'altro lato, però, l'ignoranza delle unioni di fatto da parte della Carta repubblicana non esime lo Stato dal dovere - esso pure costituzionalmente garantito - di riconoscere e tutelare i diritti inalienabili di ogni cittadino «sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» (art. 2). La Corte Suprema ha spiegato ancora che - senza intaccare minimamente la distinzione essenziale tra «famiglia fondata sul matrimonio» e altre «formazioni sociali» - tuttavia, «un consolidato rapporto, ancorché di fatto, non appare, anche a sommaria indagine, costituzionalmente irrilevante quando si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche (art. 2 Cost.)» (Sentenza n. 237/1986). Dunque, non si può impedire che lo Stato - escludendo ogni equiparazione con la famiglia fondata sul matrimonio - riconosca i diritti inalienabili (e i rispettivi doveri) dei cittadini, anche quando convivono in unioni di fatto.


In ogni caso, la Chiesa è tenuta a ribadire l'insegnamento cristiano sulla famiglia, anche nell'ipotesi che non venga ascoltata; e i cristiani difenderanno la famiglia fondata sul matrimonio, non solo usando tutti gli strumenti democratici di cui dispongono come cittadini, ma soprattutto testimoniandone il valore con la parola e con la vita e impegnandosi a ricuperare e a far crescere il consenso delle intelligenze e delle coscienze intorno all'unica vera comunità familiare.


Archiviata dunque la finanziaria, si apre ora il periodo più difficile: la «fase due» con le sue incognite, ma anche con le sue prospettive di crescita. Sulle riforme il Governo Prodi si gioca tutto. Sulle riforme sarà giudicato dal Paese.

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