Il primo semestre del
Governo Prodi si è concluso con l'approvazione il 21 dicembre
della Legge finanziaria per il 2007. Sono stati mesi difficili: da
luglio a ottobre 2006, la fiducia degli italiani nel Governo sarebbe
scesa dal 63% al 36%, e nei confronti di Prodi dal 58% al 42%, con un
calo rispettivamente di 27 e di 16 punti percentuali (cfr sondaggio
de la Repubblica, 14 dicembre 2006). Era largamente
prevedibile che i sacrifici necessari per far uscire il Paese dalla
crisi avrebbero prodotto un calo di popolarità.
L'insufficienza della comunicazione da parte del Governo ha
contribuito ad accrescerlo: non c'è stata categoria
professionale che non abbia manifestato riserve, perplessità o
contrarietà: taxisti e farmacisti, insegnanti e ricercatori
universitari precari, commercianti e imprenditori, professionisti e
poliziotti. Né hanno aiutato a fare chiarezza quei
sottosegretari ed esponenti della maggioranza che hanno preso parte a
cortei e manifestazioni di intonazione antigovernativa: una mancanza
di sensibilità e di responsabilità francamente
stupefacente. A tutto ciò si aggiunga il fatto che Prodi è
in qualche modo caduto nella trappola, che già gli era stata
tesa in campagna elettorale, costringendolo di nuovo sulla difensiva
in tema di tasse e di tagli. Così, al centro-sinistra è
stata appioppata l'etichetta di «Governo delle tasse»,
grazie pure all'infelice trovata di Rifondazione Comunista di
affiggere manifesti con lo slogan: «Anche i ricchi
piangano».
Ora, passata la bufera della Legge finanziaria, è
possibile una valutazione più obiettiva dell'esordio del
Governo Prodi, esaminando: 1) la difficile eredità lasciata
dal centro-destra; 2) la fragilità del centro-sinistra; 3)
alcune nuove tendenze del quadro politico; 4) le incognite della
«fase due».
1. La difficile
eredità del centro-destra
Non sarebbe onesto negare
quanto di positivo è stato fatto durante la precedente
Legislatura. Tuttavia, essa ha lasciato in eredità al Governo
Prodi un Paese in forti difficoltà economiche.
Come ignorare la
«crescita zero» degli ultimi anni, l'azzeramento
dell'avanzo primario (cioè dell'eccedenza delle entrate sulle
spese, al netto degli interessi), il rapporto deficit-PIL al 6
% e un debito pubblico tornato a crescere dopo dodici anni? È
ovvio che, di questo passo, l'Italia avrebbe rischiato di finire
fuori dall'Europa. In più i cantieri delle famose grandi opere
stavano chiudendo per mancanza di fondi, la sanità registrava
un passivo di 4 miliardi, le Ferrovie e l'Alitalia erano sull'orlo
del fallimento. L'eredità negativa più grave, però,
è stata sul piano morale: cioè, la perdita del senso
della legalità e del bene comune, in seguito al consolidarsi
di una cultura utilitaristica ed efficientistica, attenta più
agli interessi propri che a quello generale. A diffonderla hanno
contribuito la serie di leggi ad personam, di sanatorie e di
condoni, per tutelare gli interessi del leader o di amici; il
conflitto non dissimulato contro la magistratura; lo scarso
attaccamento alla Costituzione, come testimoniano le numerose leggi
bocciate per incostituzionalità e rinviate alle Camere; la
mancanza di spirito europeo, ostentando fastidio verso i vincoli
comunitari e prendendo le distanze dalla politica estera dell'Unione
Europea per allinearsi a quella di Bush.
Ricordare
questi dati della difficile eredità della precedente
Legislatura, non significa però negare o giustificare la
debolezza di cui il Governo Prodi ha dato prova nel primo semestre.
Non a caso anche per il Professore sono tornati i sondaggi
sfavorevoli, le proteste di piazza, gli attacchi dei mass media,
che avevano accompagnato il Cavaliere. È necessario, perciò,
capire quale sia la vera causa di questa debolezza, per porvi
rimedio, se si vuole che la «svolta» iniziata proceda e
sia credibile.
2. La fragilità
del centro-sinistra
A
noi sembra che la fragilità del Governo Prodi nel primo
semestre sia dovuta soprattutto alla mancanza di un chiaro progetto
politico: il programma ovviamente c'è, ma per quale società?
Con quali priorità? L'opinione pubblica non lo ha ancora
capito e talvolta si direbbe che non lo abbiano capito neppure alcuni
partner della coalizione. Il Governo, perciò, ha dato
l'impressione di navigare a vista. Così - per fare l'esempio
più clamoroso -, una cosa è discutere ed emendare il
testo della Legge finanziaria in Parlamento, come vogliono le regole
della democrazia matura, un'altra invece è la sequenza
continua di cambiamenti e di emendamenti, annunciati e subito
ritirati o addirittura imposti dal ricatto di esponenti e di partiti
della maggioranza, per ottenere qualche milione di euro in più
a favore dell'una o dell'altra categoria. Il dibattito sulla
finanziaria, culminato in un maxiemendamento di 1.365 commi (tra cui
quello criticatissimo sulla prescrizione di fatto per i reati
contabili, cancellato d'urgenza prima che la Legge entrasse in
vigore), è apparso a tutti disordinato e incomprensibile,
frammentato e contraddittorio, dando l'impressione che al
centro-sinistra manchino un progetto politico ben definito e la
necessaria compattezza per realizzarlo. Si è consolidata,
così, l'idea che la vittoria risicata di Prodi sia da
attribuire più dal desiderio di mandare a casa Berlusconi che
all'esistenza di un progetto veramente condiviso. Si spiegherebbe
dunque perché il programma dell'Unione da un lato sia
ridondante e, dall'altro, sia reticente su alcuni punti importanti.
3. Alcune nuove
tendenze del quadro politico
Questa
fragilità del Governo Prodi spinge molti a ritenere che la
ingovernabilità sia da imputare non tanto all'uno o all'altro
schieramento, quanto al sistema bipolare in sé, rafforzando
nel quadro politico alcune linee di tendenza favorevoli al
superamento del bipolarismo. La prima è quella di
centro-destra, che insiste sulla necessità di «larghe
intese», cioè sull'incontro tra moderati degli opposti
schieramenti - una sorta di Grosse Koalition -, per fare le
riforme più urgenti, mettendo fuori gioco le ali estreme, e
poi indire nuove elezioni. Si tratta di una proposta interessata, da
parte di una opposizione non rassegnata alla sconfitta. È
irricevibile, anche perché il centro-destra non ha risolto i
suoi problemi interni, anzi li ha ulteriormente aggravati: la
leadership di Berlusconi non è più sicura come
prima, dopo che l'on. Pier Ferdinando Casini con il suo «strappo»
ha posto fine alla Casa delle Libertà (CdL), e dopo che l'asse
tra Forza Italia e Lega si è indebolito a causa sia della
invalidità di Bossi (sostituito da un «coordinatore»
politicamente inaffidabile), sia della sonora bocciatura della
devolution da parte dell'elettorato.
La
seconda linea di tendenza è di centro. Essa è nata in
seguito alla rottura dell'on. Casini, che ha disertato la
manifestazione antigovernativa di Piazza S. Giovanni il 2 dicembre a
Roma e ne ha tenuta una separata a Palermo. L'ex Presidente della
Camera si propone un'opposizione diversa da quella di Berlusconi e
punta a coagulare le forze «moderate» di centro-destra e
di centro-sinistra, attualmente «prigioniere» della
logica bipolare e condizionate dal diktat delle ali estreme,
massimaliste e radicali. A fare le spese di questa situazione anomala
- spiega l'on. Casini - è lo stesso sistema democratico, che
così non funziona e rimane bloccato: l'equilibrio del quadro
politico, invece, va garantito dalle componenti moderate di centro,
che sono maggioritarie nel Paese. Una conferma in tal senso
sembrerebbe venire da un recente sondaggio, secondo cui il «mercato
potenziale del centro» sarebbe formato, in Italia, da circa un
terzo dell'elettorato (cfr MANNHEIMER R., «L'Osservatorio»,
in Corriere della Sera, 5 dicembre 2006). Tuttavia, il limite
di questa linea di tendenza neocentrista sta nel fatto che nel
sistema bipolare non c'è spazio per un terzo polo; né
basterebbe il ritorno al proporzionale, auspicato dall'on. Casini: da
noi, infatti - a differenza di quanto avviene, per esempio, in
Germania -, le forze di centro non sono omogenee tra di loro e su
molti punti sono addirittura alternative. Impossibile metterle
insieme.
La terza linea di tendenza, un centro-sinistra «diverso»,
è quella dell'«Italia di mezzo» dell'on. Marco
Follini. L'ex segretario dell'UDC, anch'egli propenso a dar vita a un
nuovo equilibrio politico, tiene però a distinguersi dall'on.
Casini, del quale denuncia l'ambiguità e la indecisione: «oggi
- dice - Casini critica Berlusconi e qualche mese fa, pochi, lo ha
incoronato capo; annuncia che non parteciperà più ai
vertici della CdL ma conferma che parteciperà alle giunte
locali; dice che è finita la CdL ma si attarda nei confini del
centrodestra. Chi ci capisce qualcosa è bravo». Infatti
- insiste l'on. Follini -, la soluzione del problema non è
correggere Berlusconi o Prodi: entrambi sono attempati, calcano la
scena da più di dieci anni e la rigidità dell'attuale
bipolarismo li rende fatalmente conservatori. La vera soluzione è
«costruire un altro equilibrio politico, prendendo atto che
quello che c'è, a dispetto della sua forza apparente, non
regge più. [...] serve un altro centrosinistra. Molto, ma
molto, ma molto diverso da quello che c'è», che metta
insieme le forze riformiste di centro dei due poli, escludendo le ali
estreme. Ciò non significa - conclude - ricostituire la
vecchia DC: «Non mi convince un'operazione nostalgia, che non
mi appartiene, ma sono dell'idea che la modernizzazione del Paese ha
bisogno che si torni a coltivare la metà campo»
(«L'intervista», in la Repubblica, 15 dicembre
2006). L'«Italia di mezzo», quindi, mira a un
centro-sinistra diverso da quello di Prodi.
Anche
per l'on. Follini, però, valgono le obiezioni mosse alla
ipotesi neo-centrista dell'on. Casini: anzitutto, per rimescolare le
carte e mettere insieme i diversi «riformismi di centro»,
non basta che cada il Governo Prodi, ma dovrebbe implodere l'intero
quadro politico; in secondo luogo, anche in questa ipotesi,
rimarrebbero le differenti sensibilità culturali e politiche
dei «centristi», attualmente militanti nei due
schieramenti opposti. Bisognerebbe infine pensarci due volte, prima
di esporsi al pericolo di escludere le ali estreme dal dibattito
democratico, ricacciandole alla opposizione dura in Parlamento e
nella società.
Perciò,
per evitare tanti gravi rischi, la via da seguire - oggi come oggi -
sembrerebbe essere la ripresa di slancio del Governo, attraverso
quella «fase due», di cui molto si parla, anche se
l'espressione non piace a Prodi. Al di là delle etichette, la
sostanza del problema è chiarire bene il progetto politico e
attuarlo. Nello stesso tempo, se si vuol salvaguardare il
bipolarismo, bisognerà affrettarsi a correggere la legge
elettorale vigente, evitando il referendum abrogativo. Ce la farà
il Governo Prodi ad affrontare unito la «fase due» e a
risalire in tempi brevi la china della impopolarità?
4. Le incognite della
«fase due»
Al
di là delle incertezze e degli errori del primo semestre, si
deve riconoscere che il centro-sinistra ha potenzialmente le risorse
per affrontare la «fase due», non priva di incognite, che
ora si apre dopo l'aspra battaglia della finanziaria. La risorsa
fondamentale è certamente la cultura politica solidale, alla
quale l'Unione si ispira. La distanza del solidarismo del
centro-sinistra dalla cultura individualistico-libertaria della CdL
dà la misura della «svolta» che comincia a
delinearsi. Certo, anche nella maggioranza esiste un'evidente
disomogeneità culturale tra il libertarismo individualistico
di alcune sue componenti e il deciso personalismo di altre; tuttavia,
Prodi ha cercato di far prevalere l'interesse generale su quello
particolare, anche se non sempre è riuscito a frenare gli
appetiti di questo o di quel partito, di questo o di quel ministro.
Nonostante tutto, però, il clima politico generale è
cambiato: si è passati dalla «comprensione»
mostrata da Berlusconi verso gli evasori delle tasse alla lotta anche
contro la elusione fiscale; da uno sviluppo concepito essenzialmente
in termini economici a una concezione dello sviluppo che ritiene
l'equità sociale imprescindibile alla pari del risanamento dei
conti pubblici; dalla convinzione, dichiarata da un ministro del
precedente Governo, che «con la mafia e la camorra bisogna
convivere» a un ritorno di interesse per la «liberazione»
e la crescita del Mezzogiorno, come questione nazionale.
Per
raggiungere questi e altri obiettivi è stata varata una Legge
finanziaria da 35 miliardi di euro. L'effetto di doccia fredda era
inevitabile, data la concezione utilitaristica della precedente
Legislatura e dato che la «svolta» avrebbe
necessariamente colpito tanti interessi particolari, piccoli e
grandi. Proprio per questo si sarebbe dovuto far capire chiaramente
alla gente il senso dei sacrifici richiesti, spiegare che il
risanamento dei conti pubblici è la premessa necessaria sia
per una ridistribuzione più equa del reddito, sia per il
rilancio della crescita del Paese non solo economica, ma anche
democratica e sociale.
La
potenzialità del centro-sinistra è confermata anche
dalla «svolta» in politica estera. In sei mesi, l'Italia
ha già riacquistato il suo ruolo internazionale, europeo e
mediterraneo, superando la lunga fase di stagnazione. Infatti, mentre
il Governo Berlusconi non nascondeva il suo distacco nei confronti
della politica estera comunitaria propendendo per l'unilateralismo
USA, invece il Governo Prodi ha subito optato per il ricupero di una
politica estera europea autonoma e per il multilateralismo, e ciò
ha consentito all'Italia di svolgere un ruolo di protagonista nel
ricompattare europeismo e atlantismo, nella drammatica vicenda
libanese. Proprio per questo, pur essendo convinto che la democrazia
non si esporta con le armi e che nelle trattative internazionali la
priorità la frontiera tra Israele e Libano, sotto l'egida
delle Nazioni Unite, al servizio della pace.
Questi elementi, dunque,
fanno sperare che - nella «fase due» - la ispirazione
solidale del centro-sinistra sia in grado di produrre altri frutti
importanti, a cominciare dalle riforme strutturali. Una volta messi
in ordine i conti pubblici, l'Unione pensa che non mancheranno le
risorse materiali per portare avanti la modernizzazione del Paese.
L'agenda, infatti, è densa di appuntamenti: dalla riforma
delle pensioni a una nuova politica energetica; dalla modernizzazione
della pubblica amministrazione all'attuazione del federalismo
fiscale; dalla riforma degli ordini professionali alla
liberalizzazione nei trasporti e in altri settori; dalla
regolamentazione del conflitto di interessi a quella del sistema
televisivo, alla revisione della legge elettorale. La «fase
due» si presenta piena di incognite, non solo per l'intrinseca
difficoltà delle singole riforme da attuare, ma anche perché
le forze della maggioranza dovranno vincere resistenze e divergenze
che non appaiono facilmente superabili. Vi si riuscirà in
vista dell'interesse supremo del bene comune?
In
particolare, nell'immediato, la questione forse più difficile
è quella del riconoscimento legale delle unioni di fatto. Il
problema è stato estrapolato dalla Legge finanziaria, perché
l'inserimento in essa dei diritti successori delle unioni di fatto
avrebbe portato in modo surrettizio a una prima loro legalizzazione.
Ora, però, occorre disinnescare questa vera bomba a
orologeria. L'unica via è rifarsi alla Costituzione, come
indicato dal Programma di Governo 2006-2011. In esso non si
parla di PACS (Patto civile di solidarietà), si prevede invece
«il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà
alle persone che fanno parte delle unioni di fatto» (p. 72).
Infatti, all'art. 29 la Costituzione ignora le unioni di fatto e
riconosce solo la famiglia fondata sul matrimonio, perché - ha
spiegato la Corte Costituzionale - essa è l'unica forma di
«stabile istituzione sovraindividuale» (Sentenza n.
8/1996). D'altro lato, però, l'ignoranza delle unioni di fatto
da parte della Carta repubblicana non esime lo Stato dal dovere -
esso pure costituzionalmente garantito - di riconoscere e tutelare i
diritti inalienabili di ogni cittadino «sia come singolo sia
nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità»
(art. 2). La Corte Suprema ha spiegato ancora che - senza intaccare
minimamente la distinzione essenziale tra «famiglia fondata sul
matrimonio» e altre «formazioni sociali» -
tuttavia, «un consolidato rapporto, ancorché di fatto,
non appare, anche a sommaria indagine, costituzionalmente irrilevante
quando si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle
formazioni sociali e alle conseguenti intrinseche manifestazioni
solidaristiche (art. 2 Cost.)» (Sentenza n. 237/1986). Dunque,
non si può impedire che lo Stato - escludendo ogni
equiparazione con la famiglia fondata sul matrimonio - riconosca i
diritti inalienabili (e i rispettivi doveri) dei cittadini, anche
quando convivono in unioni di fatto.
In
ogni caso, la Chiesa è tenuta a ribadire l'insegnamento
cristiano sulla famiglia, anche nell'ipotesi che non venga ascoltata;
e i cristiani difenderanno la famiglia fondata sul matrimonio, non
solo usando tutti gli strumenti democratici di cui dispongono come
cittadini, ma soprattutto testimoniandone il valore con la parola e
con la vita e impegnandosi a ricuperare e a far crescere il consenso
delle intelligenze e delle coscienze intorno all'unica vera comunità
familiare.
Archiviata
dunque la finanziaria, si apre ora il periodo più difficile:
la «fase due» con le sue incognite, ma anche con le sue
prospettive di crescita. Sulle riforme il Governo Prodi si gioca
tutto. Sulle riforme sarà giudicato
dal Paese.