L'esclusione
democratica
di Piero
Ostellino
L'Ufficio
di presidenza del costituendo Partito democratico ha respinto la
candidatura di Marco Pannella alle
elezioni
primarie per la futura leadership del partito perché
«persona
notoriamente appartenente a forze politiche o a ispirazioni ideali
non riconducibili all'Ulivo- Partito democratico».
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Se si
trattasse di una decisione «tecnica» che riguarda
solo le
procedure interne per la scelta della propria dirigenza da parte di
un partito che per ora non c'è, non ci sarebbe molto da
dire.
Ciascuno dispone i mobili come meglio gli pare quando mette su casa.
E decide, poi, come più gli piace, chi invitare e chi non.
Ma
si tratta di una decisione «politicamente motivata
» che
già definisce la collocazione ideale e politica di un
partito
che ci sarà, i cui costituenti si dicono intenzionati ad
«aprirsi alla società civile» e si
prefiggono
l'obiettivo di incidere profondamente sul quadro politico nazionale.
Qui, la questione non riguarda più «chi decide di
invitare chi», bensì chi — gli elettori
— decide di
accettare o non l'invito a votare il partito.
La
decisione del Pd a me pare, dunque, culturalmente criticabile e
politicamente persino autolesionista. Per due
ragioni. Una di merito; l'altra di metodo. La ragione di merito.
Marco Pannella è liberale. Respingendone la candidatura alle
primarie perché «persona appartenente a
ispirazioni
ideali non riconducibili all'Ulivo-Partito democratico»,
l'Ufficio di presidenza del Pd fa sapere che, non solo i due partiti
che daranno vita al nuovo partito, i Democratici di sinistra e la
Margherita, non sono mai stati liberali. Ma che anche il Partito
democratico non intende esserlo. Insomma, ammesso, e non concesso,
che il Pd non finisca con essere la «fusione
fredda» fra
gli apparati dei due partiti, un fatto è certo:
sarà la
«fusione caldissima» dalla quale nascerà
una forza
politica che tutto sarà tranne che liberale. Mi chiedo, a
questo punto, quanti — fra coloro i quali vorrebbero che a
destra e
a sinistra gli «ideali» liberali fossero
più
presenti e attivi — pensino valga ancora la pena di votarlo.
Se non
fosse una cosa seria, ci sarebbe da concludere che la sinistra
riformista italiana assomiglia tragicamente a quel Tafazzi televisivo
che godeva nel picchiarsi sulle proprie parti basse.
La
ragione di metodo. Le elezioni primarie sono lo strumento attraverso
il quale, negli Stati Uniti,
il Partito
democratico e quello repubblicano scelgono i propri candidati alla
Casa Bianca. Nessuno dei due — come ricorda una fonte non
sospetta,
Furio Colombo, a sua volta candidato alle primarie del Pd —
si
sognerebbe di inibire a qualcuno di candidarsi. Chi decide quale
sarà
il candidato alla presidenza Usa non sono i partiti, ma gli elettori.
La stessa funzione si presumeva avessero nella elezione della
leadership del Partito democratico. Ma, evidentemente, non è
così. Aver respinto la candidatura di Pannella —
che oltre
tutto non avrebbe alcuna probabilità di essere eletto
—
equivale a aver detto che l'Ufficio di presidenza del Pd non crede
nella sovranità degli elettori, ma solo in quella di chi
voterà i candidati che piacciono ai futuri maggiorenti del
partito. Che sembra si voglia far nascere proprio con questi metodi.
Qui, ci sono due incongruenze. La prima è l'affermazione che
i
costituenti vogliono «aprirsi alla
società». La
seconda è l'attributo «democratico»,
dopo il
sostantivo partito. Che i partiti, tutti i partiti, siano
organizzazioni oligarchiche, rette da procedure più prossime
al centralismo democratico leninista che alla democrazia
rappresentativa, già lo si sapeva. La novità
è
che, ora, lo teorizzi formalmente l'Ufficio di presidenza di un
partito «nuovo». A costo di ripetermi: Tafazzi for
president?
26 luglio 2007
Fonte:
Corriere della Sera
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