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L'altolà di Scalfaro a
Ruini
"Sulla
legge nessuna imposizione"
L'ex capo dello
Stato: se la Chiesa
proclamasse un obbligo di scelta distruggerebbe il cattolicesimo
parlamentare
La Repubblica di oggi
(15.02.2007) pubblica una intervista al senatore a vita Oscar Luigi
Scalfaro sul tema dei DICO, nell’imminente approdo del DDL
Bindi-Pollastrini nelle aule parlamentari, che vi invito a leggere(in
allegato).
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Credo
ci siano spunti
interessanti, che vadano approfonditi, affinché un tema
così
delicato e di forte attualità, soprattutto dopo il
"non
possumus" del Cardinale Ruini che pare assumere la forma di
un diktat che irrigidisce il dialogo parlamentare tra i cattolici,
non sia affrontato e valutato superficialmente.
Sarei
molto interessato
ad uno scambio di idee in merito, anche attraverso posta elettronica
(info@alveareper.it) o con vostri interventi che potremmo pubblicare
sul nostro sito internet (www.alveareper.it)
di
VITTORIO RAGONE
Un
altolà senza
sfumature al cardinale Ruini, se davvero vuole imbrigliare nei
precetti della Chiesa la libertà di decisione politica sui
Dico, un tempo noti come Pacs. Oscar Luigi Scalfaro, presidente
emerito della Repubblica e padre nobile del centrosinistra, non
è
contrario alla mediazione Bindi-Pollastrini, e teme la "distruzione"
del cattolicesimo parlamentare se la Cei dovesse lanciare diktat a
chi riconosce il suo magistero. In sessant'anni - dice - questo non
è
mai accaduto. Prima di correre certe avventure Ruini dovrebbe avviare
"un ampio esame" dentro l'assemblea dei vescovi.
Presidente Scalfaro, il Parlamento aspetta di
sapere quale
forma assumerà il "non possumus" di Ruini sulle
unioni di fatto. Che cosa succederebbe se la Cei o il Papa
avanzassero richieste "vincolanti" per i politici
cattolici?
"La
Chiesa, pure nella fermezza dei suoi principi, non ha mai compiuto in
sessant'anni interventi che ponessero a un bivio obbligato i
parlamentari cattolici. Io confido che interventi del genere non ci
saranno. Se dovessero invece avvenire, distruggerebbero la
possibilità stessa di una presenza dei cattolici in
Parlamento
in condizioni di dignità e libertà, quella
libertà
che consente l'assunzione individuale delle responsabilità.
Ma
a chi serve, oggi e domani, un gruppo di parlamentari che si limitano
a eseguire gli ordini? Certo non alla Chiesa. Sarebbero una inutile
pattuglia, e l'effetto sarebbe una crescita di laicismo esasperato".
Il
centrosinistra non drammatizza troppo l'iperattivismo vaticano? E'
vero che è stato l'Avvenire a citare Pio IX, ma dall'altra
parte si invoca il Risorgimento, si tracciano scenari foschi, si
ipotizza, come anche lei fa, il naufragio del cattolicesimo politico.
Eppure gli scontri tra l'etica cattolica e quella laica, condivisi e
alimentati dalla Chiesa, in Parlamento e fuori non sono mancati. Gli
anni Settanta, il divorzio, l'aborto, i referendum. Grandi asprezze,
ma alla fine siamo tutti qui, comprese le leggi soggette ad anatema.
Vede,
io sono nella vita
politica da 61 anni, dalla Costituente. È vero, abbiamo
attraversato come parlamentari cattolici momenti faticosi, difficili,
prese di posizione delicate. Ma già dall'Assemblea
costituente
fu preminente in tutti la ricerca di un denominatore comune sui temi
dei diritti e della dignità delle persone. Ne nacque un
documento d'eccezione, la Carta, del quale dobbiamo ringraziare i
grandi nomi che resero un tale servizio al popolo italiano: penso,
nel mondo cattolico, a De Gasperi, a La Pira, a Dossetti,
più
tardi a Aldo Moro e a tantissimi altri rappresentanti del popolo. Il
grande tema per noi cattolici era fare sintesi fra diritti e doveri
del cittadino e diritti e doveri del cristiano, portare nella
politica il pensiero filosofico che anima i principi cristiani sempre
con grande rispetto per le impostazioni altrui. L'articolo 67 della
Costituzione stabilisce che ogni membro del parlamento rappresenta la
nazione e esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Al tempo
del divorzio e dell'aborto, che lei cita, in entrambi i casi il
partito mi diede incarico di parlare ufficialmente a nome del gruppo
democristiano. Non dimentico, e ne ringrazio la Provvidenza, che
nell'uno e nell'altro caso ebbi ascolto ampio, proprio dagli
avversari politici: non condivido le tue tesi - mi fu detto - ma
apprezzo lo sforzo di dialogare. Dopo la sconfitta sul divorzio
qualcuno in assoluta buona fede sostenne che non potevamo collaborare
a formulare gli articoli della legge perché così
facendo avremmo aiutato un istituto che contestavamo. Ma giustamente
vinse la tesi che quando cade l'affermazione di un principio rimane
sempre il dovere di lottare per il male minore".
Insomma,
lei sostiene che la capacità di ascolto reciproca non
è
venuta mai meno, nemmeno quando lo scontro era al massimo della
tensione.
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