Per iniziare a costruire il futuro della nostra
città
occorre chiamare ad un attenta riflessione i rappresentanti delle
istituzioni locali, del terzo settore, delle organizzazioni sindacali
e imprenditoriali.
Ascoli Piceno e tutto il suo interland è
una città che invecchia il tasso di invecchiamento
è
molto più accentuato che nel resto
d’Italia, e dove
gli immigrati supportano il calo della popolazione
autoctona
e le mancate nascite di bambini italiani sono compensate dai minori
immigrati stranieri che in alcune scuole raggiungono anche il 10%
degli iscritti. Un futuro di una città complessa, non
riconducibile a schematiche semplificazioni. L’area
geografica dei
Comuni limitrofi sommate ad Ascoli contano circa 80.000 abitanti.
Tutti questi Comuni hanno avuto in meno di 10 anni un trend
d’incremento di popolazione che ha fatto
“cambiare” il tessuto
sociale radicalmente.
La
convivenza è infatti una pianta delicata, la sua
qualità
dipende spesso da equilibri precari, fatti di economie, di scelte
urbanistiche, di politiche sociali e sanitarie, di condizionamenti
esterni, di sicurezza urbana che incidono spesso
nell’immaginario
collettivo dei cittadini.
L’obiettivo
evidente non è quello di convincere che costruendo reti e
relazioni si mettono in pratica quelle strategie atte a creare un
processo di inclusione sociale di questa grande parte di popolazione
immigrata, ma quello di confondere, di alimentare paura negli strati
più fragile e più esposti. La questione
su cui
tutti concordano è che la crescita economica dei nostri
territori non sarebbe possibile senza il contributo
dell’immigrazione. Basta guardare a quanto avviene nei
settori più
dinamici della nostra economia, nei quali Sono pochi gli Ascolani che
accetterebbero di svolgere mansioni operaie che invece gli immigrati
sia extracomunitari che provenienti dalle città del nostro
mezzogiorno accettano volentieri.
Mentre
i nostri giovani rimangano a carico della loro famiglia con lavori
precari per anni e quando studiano e si specializzano, magari
anche all’estero, fanno fatica a trovare il lavoro nella
nostra
regione e vanno a infoltire l’immigrazione intellettuale
verso le
aree metropolitane del nord d’Italia o nei paesi del nord
d’Europa.
Ma
non si possono volere gli immigrati per farli lavorare nelle nostre
fabbriche e nei nostri cantieri poi pretendere di non farsi carico
delle loro “problematicità”:
l’alloggio, l’educazione
dei loro figli (la criticità di centinaia di ragazzi
nell’extrascuola causata dalla mancanza di una rete
famigliare di
sostegno), la salute ecc. E’ qui che il sistema di Welfare
che non
può più essere riparativo-assistenziale deve
essere
posizionato come asse portante dello sviluppo economico del
territorio. Come sostiene ormai da anni il Prof. Stefano Zamagni
emerito docente dell’Università Alma-mater di
Bologna, il
Welfare è lo strumento con cui si costruiscono su un
territorio le condizioni che danno all’impresa gli strumenti
per
competere sul mercato della globalizzazione. Il nuovo modello
da seguire per coniugare le esigenze di crescita economica con quelle
di tutela della qualità dell’ambiente e della
riduzione
delle disuguaglianze sociali è quindi l’obiettivo
su cui far
convergere in un’ottica di responsabilità sociale
tutti gli
attori del territorio sia del profit che del non- profit.
I criteri
esclusivamente economici di valutazione dello sviluppo non sempre
costruiscono un indicatore esauriente della corretta direzione di
sviluppo di un territorio e delle forme che esso dovrebbe assumere.
Sono
quindi sempre più evidenti i segnali di aspirazione a un
modello che abbia come obiettivo la “qualità della
vita”,
quindi il benessere e il welfare nell’accezione
più ampia
del termine.
Le relazioni umane devono essere poste tra gli
indicatori e non solo il reddito per far favorire
le
condizioni di uno sviluppo per la crescita di una città non
disgregata. Quei beni relazionali (come la famiglia, la vita
associativa, la comunità locale) che hanno rappresentato il
modello marchigiano di sviluppo. Una società povera di
relazioni oltre ad essere una società dove si vive peggio e
anche paradossalmente una società meno produttiva
perché
la disgregazione del tessuto sociale finisce per agire come un
boomerang sulla capacità di sviluppo economico e sulla
stessa
produttività e capacità di investire nel capitale
umano.